Comune di Castro dei Volsci

Storia del comune


Affresco dipinto da Vincenzo Jannozzi nel 1854. Si trova nel palazzo episcopale di Veroli

Castro dei Volsci è un paese posto nel mezzo della Valle del Sacco, a 100 Km circa da Roma e sulla line ferroviaria Roma – Cassino – Napoli. Il nome, anche se denso di storia, è relativamente recente, risale al 1816, quando il Connestabile Filippo Colonna III rinunciò alla sua giurisdizione sul fondo, prima era Castrum Castri o Castrum S. Petri. La Valle del Sacco è un luogo denso di storia, teatro di molte vicende sin dal paleolitico superiore.Sono inoltre, molto diffuse le testimonianze del periodo preromano, romano e di epoca alto medievale e medievale. Il territorio controllato dal borgo di Castro dei Volsci è fertile e caratterizzato da clima ospitale con leggeri declivi e terrazzamenti ed è percorso dal fiume Sacco, importante arteria che dai monti Prenestini attraversa tutta la valle sino alla confluenza con il Liri a sud-est di Ceprano. Sin dai tempi più remoti proprio il fiume ha rappresentato una fonte di ricchezza per la valle, sia per il sostentamento alimentare che, per le possibilità di trasporto. Lungo il corso naturale del fiume e lungo le vie di comunicazione, che negli anni sono sorte seguendo la sua direttrice, sorgono diversi centri di interesse storico-artistico, le cui vicende storiche e sociali hanno raggiunto, in alcuni casi, momenti di grande valenza monumentale ed artistica, come testimonia ad es. Anagni, Alatri, Ferentino, Frosinone, Ceprano, Castro dei Volsci . Soffermarsi sulle vicende avvenute in questi luoghi significa davvero ripercorrere la storia dell’uomo dalla preistoria sino ai nostri giorni , passando attraverso le scelte e le abitudini dei diversi popoli che si sono avvicendati su questo scenario, dai popoli Italici ( Ernici e Volsci arroccatisi sui monti che da loro prendono il nome), fino alla conquista romana, allo splendore delle città del medioevo come Anagni, città dei Papi, Ferentino , Veroli , sede delle Diocesi e ai Castra, come Castro dei Volsci, arroccati sulle colline, con il borgo circondato da imponenti cinte murarie. Storicamente Castro dei Volsci , fu interessato dall’espansione dei Volsci a partire dal V-IV sec. a.C. Essi arrivarono nella valle del Sacco attraverso la valle di Roveto , dilagando lungo le vie fluviali , fino a raggiungere il mare attraverso la valle dell’Amaseno . Con la conquista romana , molte colonie vennero dedotte in questa valle fertile, in cui si snoda l’asse viario principale di epoca romana, costituito dalla via Latina, che collegava Roma con l’Italia Meridionale con un percorso diretto ed agevole, attraversando proprio il territorio di Castro dei Volsci e collegando anche i vari centri posti a destra e a sinistra del fiume Sacco. Nelle vicende storiche della valle, Castro proprio per la sua centralità, si inserisce sin dalla preistoria con rinvenimenti di età paleolitica, databili all’industria litica di 700.000 anni fa. Il periodo volsco è testimoniato dai resti del circuito in opera poligonale di “ Monte Nero”. La conquista romana è attestata dai numerosi siti archeologici denunciati sul territorio, tra di essi il primo studiato ed edito è proprio quello del Casale, che testimonia il vissuto nell’area dall’età repubblicana all’alto medioevo. E’ proprio questo sito che fa di Castro dei Volsci un centro di notevole importanza archeologica ben oltre i confini locali. L’interpretazione delle strutture portate in luce, denuncia l’abbandono del sito nel IX sec. d. C. , quando per il fenomeno legato all’incastellamento, la comunità del Casale si sposta sulla rocca di Castro dei Volsci, che da quel momento nasce come borgo medievale . Il periodo che va dall‘anno 1000 al 1816, vede il paese di Castro dei Volsci legato alle alterne vicende politiche delle varie famiglie nobiliari a cui fu affidata come castellania, pur rimanendo patrimonialmente appartenente alla Chiesa romana , come rocca con particolari funzioni strategiche nella provincia di Campagna. Nel periodo in cui trionfava l’ideale teocratico e si stava operando una profonda riorganizzazione del dominio temporale della Chiesa , Castro per la sua posizione di confine, a cavallo tra Stato Pontificio e Regno di Napoli, rientra nelle “ munitiones” che i vari Papi cercavano di mantenere “ ad manus suas” , attraverso fidati castellani. L’abitato era sorto nelle vicinanze del monastero di S.Nicola, edificato dai Benedettini nell’anno 1000, in seguito per scopi difensivi l’abitato fu circondato da una cinta muraria che permetteva l’accesso alla rocca attraverso tre porte più esterne.: Porta della Valle, Porta di Ferro, Porta dell’Ulivo ed al cuore della città attraverso la Porta dell’Orologio, la quarta e più interna. Numerosi furono gli attacchi subiti, sin dal 1165, anno in cui la rocca fu assaltata dalle truppe del Barbarossa, sino a tutto l’800 con le scorrerie legate al brigantaggio. Oggi sono visitabili sia la chiesa di S.Nicola con affreschi del Vecchio e del Nuovo Testamento del XI sec. , sia le quattro porte con la relativa cinta muraria , ma anche molto di più si può ammirare passeggiando per il centro storico, ad es. botteghe medievali, vicoli caratteristici, figure apotropaiche, passatempi scolpiti nella roccia ecc… Importante fortezza a difesa dello Stato Pontificio, vede passare al suo governo personaggi di rilievo dell’ amministrazione papale sino al 1409, anno in cui per la prima volta compare la famiglia Colonna. Anche per questo periodo le sorti del paese sono alterne e legate alle burrascose vicende dello scisma d’Occidente. Alessandro V “ Papa Conciliare” era osteggiato da Ladislao Re di Napoli, che era appoggiato dalla famiglia dei Colonna di Palestrina. Alessandro V, volendo portare dalla sua parte i Colonna di Genzano concede loro la castellania di Castro. Da questo momento le vicende di Castro sono legate a quelle della famiglia Colonna, che vede tra le sue fila, papi, cardinali e personaggi molto potenti e molto osteggiati. Si passa da una esaltazione del loro potere con Martino V ad una serie di persecuzioni familiari con le proscrizioni di Alessandro VI , Paolo III e Paolo IV, che addirittura confischerà il borgo ai Colonna, provocando la reazione dei cittadini che erano affezionati al loro signore. La pace venne restaurata da Marcantonio Colonna, con la vittoria di Lepanto (1562). Fino al 1798 il feudo rimane alla primogenitura della famiglia Colonna, nel 1816, la stessa famiglia rinunciò alla giurisdizione sul fondo. La prima metà del ‘900 , vede il paese interessato dalle due guerre mondiali , di cui la seconda vissuta più da vicino, poiché oltre alle milizie fornite , anche la popolazione civile fu coinvolta essendo il fornte di Cassino a pochi chilometri dal paese. Il sacrificio di molte vite umane è rimasto consegnato alla storia da diversi monumenti commemorativi presenti a Castro ed in tutta la zona. Oggi Castro dei Volsci è un tranquillo paese inserito nella provincia di Frosinone con poco più di 5000 abitanti. Circondato dalla natura che in alcuni casi si conserva ancora incontaminata, contraddistinto da un centro storico su una estrema propagine dei monti Ausoni ed un centro economico-commerciale, moderno, sorto nella pianura sottostante . Negli anni ’70 il Ministero della Pubblica Istruzione lo ha riconosciuto come “ zona di notevole interesse pubblico” perché raccoglie punti pubblici di bel vedere di eccezionale importanza panoramica, ed inoltre il centro storico forma un complesso di notevole valore estetico tradizionale. Dagli spalti dell’antica rocca è possibile ammirare uno scenario vario e suggestivo. Nelle giornate nebbiose sembra di trovarsi sulla tolda di una nave, sotto un mare grigio da cui affiorano come isolette le cime dei colli e degli altri paesi sparsi all’interno della valle. Con il cielo limpido si può godere a pieno di tutto il paesaggio da Palestrina sino a Monte Cassino. Nelle serate estive poi, la valle sembra un tappeto di stelle che sale fino al cielo . All’interno del centro storico il tempo sembra si sia fermato, il visitatore curioso, potrà vedere le casette in pietra grigia addossate l’una all’altra, vicoli stretti e tortuosi con ancora la vecchia pavimentazione a schiena d’asino in cotto e calcare, piazzette piccole piccole come salottini, torrioni di guardia, botteghe medievali e tanto altro. Il tutto sembra rianimarsi durante i due eventi che oggi si svolgono all’interno dell’incantevole abitato: 1) il Paese diventa Presepe, che ormai da otto anni trasforma nel periodo di Natale il paese intero in un enorme presepe di ambientazione ottocentesca. Molte botteghe antiche vengono riaperte ed allestite con materiali della tradizione. Adulti e bambini in costume ciociaro popolano le stradine e gli angoli tipici illuminati da fiaccole a vento, impegnati in antichi mestieri, ormai scomparsi in un’attmosfera magica e rievocativa della natività e dei tempi passati. Attualmente la manifestazione vede la partecipazione di 11.000 / 12.000 visitatori nelle 5 giornate di attività. 2) Carnevale del Folklore, dedicata all’arte e all’artigianato locale , nata per volontà dell’Amministrazione Comunale e della Pro Loco per far conoscere e rinascere l’arte e l’artigianato attraverso l’esposizione nelle botteghe antiche dei manufatti e prodotti tipici della tradizione castrese, il tutto condito da eventi musicali e degustazione di prodotti tipici. Nel centro di Madonna del Piano, fulcro economico e commerciale di Castro dei Volsci sono concentrate tutte le strutture ed i servizi che rendono il paese moderno, funzionale ed accogliente. Sono presenti scuole, banche, locali di ristoro, negozi di varia tipologia. Diversi sono anche i centri sportivi e le palestre. C’è un campo sportivo ed è in fase di ultimazione un grosso centro polisportivo con annesse piscine, sala convegni e saloni espositivi che rappresenterà un potenziale attrattivo anche per i paesi limitrofi. Inoltre è presente un istituto museale , che raccoglie e custodisce quei reperti che permettono la ricostruzione di tutte le vicende storiche svoltesi nella Valle del Sacco ed opera come centro di propulsione per tante attività culturali di diversa natura , non soltanto inerenti l’archeologia. Il Museo si pone, pertanto, come centro di promozione della cultura con compiti non solo conservativi, propone spettacoli, visite guidate esterne, cicli di conferenze su aspetti diversi del mondo antico, eventi musicali, ecc… Tutte le attività sono ospitate o nella grande piazza antistante il museo o nell’area archeologica ad esso prossima o nella sala conferenze. Sempre il museo è promotore di una serrata attività didattica, portando nelle scuole stesse corsi teorico-pratici sulla manipolazione della ceramica, sul restauro della ceramica antica, sulle tecniche di realizzazione del mosaico o sulle tecniche di oreficeria antica. All’interno del museo inoltre vengono organizzate esposizioni e mostre di diverso genere da documentarie ad espositive. Da tre anni, inoltre il comune di Castro dei Volsci è promotore di una stagione teatrale intitolata a Vittorio Gassman che vede la partecipazione di grossi nomi del teatro e della cultura nazionale. Inoltre è inserito nel circuito di 20 Comuni che ospitano, nel periodo estivo il Festival Nazionale “Vallecorsa di Scena – transiti Teatrali” giunto alla VII edizione. Di nuova istituzione è la Biblioteca Comunale, che offre spazi idonei sia a bambini di età prescolare che ad adulti , non solo per il prestito librario e la ricerca, ma anche per attività culturali di vario genere ( musica, arte, poesia). Sul territorio sono presenti numerose Associazioni di volontariato che operano in diversi settori, da quello culturale a quello sociale. Per citarne alcune si può ricordare: 1)l’Associazione Gruppo Folk Città di Castro , che costituito da un gruppo di giovani e di giovanissimi, si distingue da anni per la sua attività tesa a perpetuare scientificamente e fedelmente le nostre tradizioni più antiche ricostruendo il costume tipico castrese , incluse le tipiche calzature, denominate “ ciocie” , esportando nel mondo la nostra tradizione prendendo parte a festival, riunioni , concorsi ed organizzando anche qui a Castro il “ Festival Internazionale del Folklore” arrivato alla 12 edizione. 2) L’Associazione Banda Musicale Città di Castro, impegnata oltre che nella costituzione di un gruppo bandistico anche nell’ organizzazione di corsi di musica di diverso livello e nella gestione della scuola comunale di musica. 3) L’Associazione Peter Pan, impegnata nel sociale a sostegno di persone disabili o bisognose di reinserimento nella società. 4)l’Associazione Girotondo che opera specificatamente nel settore ricreativo dei bambini e dei ragazzi. 5) La Società Calcio , con un centinaio di iscritti in squadre maschili e femminili di diverso livello . 6)Associazioni di volontariato per la tutela ambientale : Rangers Italia ed Euroafi Codacons. 7) l’Ass. AVIS “Nicola Polidori” che ai fini della sensibilizzazione alla donazione e alla solidarietà organizza nel corso dell’anno diversi appuntamenti culturali, sportivi e turistici. Un breve accenno all’economia del paese vede una attività che sino agli anni 50 era basata soprattutto sull’agricoltura con coltivazioni specifiche di viti, grano , olivo, mais e prodotti ortofrutticoli diretti ad un piccolo mercato locale. Oggi la struttura della società è notevolmente cambiata e l’occupazione principale rientra nel settore terziario e quaternario. La popolazione è costituita da insegnanti , impiegati , liberi professionisti ed operai specializzati, impegnati nelle realtà imprenditoriali ed industriali della zona. Le aziende agricole sono limitatissime, nell’ordine di tre o quattro. I giovani sono prevalentemente impegnati in attività sportive, in associazioni di volontariato e nello studio. I collegamenti scorrevoli permettono un interscambio agevole con città come Roma, Firenze, Napoli, Cassino, Latina, Rieti, Viterbo.


LE ORIGINI
Il rinvenimento di resti umani, datati a 400 mila anni circa prima di Cristo, in una località di Pofi, Cava Pompi, molto prossima a Castro, ci fa supporre che il territorio di Castro dei Volsci fu abitato fin dal Paleolitico Inferiore. Ciò è confermato dalla scoperta, in alcune contrade , di siti con industrie arcaiche in selce e quarzite tagliate su ciottolo (Selvotta, Madonna del Piano e Molella). In origine le popolazioni preistoriche del luogo si dedicavano alla caccia e alla raccolta di vegetali e soltanto in un periodo più recente (IX Millennio a.C.) migrazioni ad ondate successive di popolazioni provenienti dall' Europa dell'Est, si sostituirono ai nativi, importando in territorio italico, l'agricoltura e l'allevamento del bestiame. Questi Popoli di origine indo-europea, molto più evolute nella lavorazione della pietra ed esperti nell' addomesticare gli animali, divennero ben presto i padroni incontrastati di questi territori. Nel VI sec a.C. abitavano la Valle del Sacco: i Sanniti, gli Equi, gli Ausoni, gli Ernici e soprattutto i Volsci. Questi ultimi occupavano stabilmente i territori di Ceccano, Frosinone, Castro, Sora, Arpino e, fino alla costa tirrenica, Pomezia e l'antica Satricum. Entrati in conflitto con le popolazioni viciniori, i Volsci dovettero contrastare l'avanzata dei Sanniti a sud e dei Romani su tutti gli altri fronti. A partire dal IV sec a.C. incomincia la decadenza volsca. A cadere in mano della giovane potenza romana, furono le città costiere e a mano a mano gli insediamenti più importanti dell'interno: Arpino e Frosinone. Alla fine del III sec a.C. i Romani occupano stabilmente la Ciociaria. Rimangono vestigia della civiltà protostorica di Castro dei Volsci, nei resti delle mura megalitiche di Montenero. Questa località a sud-est del paese attuale, fu centro abitato e baluardo difensivo contro le invasioni di popoli ostili fin dal VII sec a.C. Il sito è costituito da due collinette cinte da mura ciclopiche e contigue tra loro: Montenero Diruto e Montenero Castellone. Il primo rappresenta il nucleo abitativo più antico e il secondo fu edificato a scopo militare, passando dopo alterne vicende storiche dai Volsci ai Sanniti e infine ai Romani che lo tennero fino al tardo periodo repubblicano, quando, la pax romana, estesa a tutta l'Italia, favorì il fiorire di nuovi centri in pianura, più comodi e più favorevoli alla agricoltura e ai commerci. Della permanenza dei Volsci nel territorio di Castro non ci resta alcuna documentazione archeologica. Poco conosciamo della scrittura volsca. Le fonti che ci parlano di questo antico popolo sono soprattutto letterarie e risalgono alla letteratura latina:Tito Livio nella sua opera monumentale Ab Urbe Condita e Virgilio nell'Eneide.


IL PERIODO ROMANO
Il dominio dei Volsci sulla valle del sacco ando' progressivamente scemando a mano a mano che cresceva la potenza militare di Roma. La sconfitta patita nella battaglia di Mecio, presso Lanuvio, nel 389 a.c. ad opera del dittatore romano Camillo, fu catastrofica e sancì l'inizio della decadenza del dominio volsco nel Lazio. Roma , tuttavia, per imporsi totalmente in Ciociaria, dovette fronteggiare la potenza militare di un altro popolo che contendeva ai Volsci il dominio di quei territori: i Sanniti. Al termine di un secolo di scontri cruenti tra Romani e Sanniti, che vengono celebrati da Tito Livio come le Guerre Sannitiche, il Lazio è ormai assoggettato a Roma. Siamo all'incirca alla fine del II sec a.C. e il territorio di Castro è occupato stabilmente da guarnigioni romane. Coloni provenienti da Roma si stabilirono nelle pianure sottostanti l'attuale paese. Presidi militari vennero istallati a Montenero Castellone, per tenere sotto controllo i territori a sud e l'altro sul colle di Castro, per vigilare il passo di Lautulae, ora detto della Quercia del Monaco, che collegava il Lazio meridionale alla Campania. Questi insediamenti militari hanno le caratteristiche del tipico accampamento romano: il Castrum; e da esso prenderà il nome il paese. I coloni romani, insieme ai superstiti delle popolazioni autoctone, abitavano i territori di pianura. Erano terreni fertili, inondati nei periodi di piena dal fiume Trero, l'odierno Sacco. L'agricoltura era la principale risorsa economica di Castro, ma anche il commercio doveva avere la sua importanza. I Romani avevano da poco costruito una nuova strada, che collegava Roma a Capua: la Via Latina. Attraverso questa nuova via, ora, era possibile far muovere più rapidamente le merci. É questo un periodo di particolare ricchezza economica. Lo testimoniano recenti scavi archeologici in località Casale, nella contrada di Madonna del Piano, che hanno riportato alla luce una Thermae romana, detta di Nerva. Un'altra località di Castro, dove sono stati trovati resti di costruzioni romane è Acquapuzza, sita nel versante nord-ovest di Colle Pece. Si tratta di una località un tempo molto ricca di sorgenti sulfuree, oggi completamente prosciugate. Gli abitanti del luogo ricordano alcuni cunicoli sotterranei e parlano di un edificio ad uso bagni. Il che è molto verosimile data la presenza di acque solforose adatte a guarire le malattie della pelle e di cave di asfalto, sfruttate fin dai tempi più antichi per ricavare medicamenti a base di pece (la Pix Castri); tali cave danno il nome appunto alla contrada. La costruzione rinvenuta ad Acquapuzza, doveva far parte di un sistema di balneazione ad uso termale, analogo a quello del Casale, ma specificamente per terapie dermatologiche.


IL MEDIOEVO
La prima menzione di Castro in documenti storici, appartenuto alla provincia papale di Campagna in prossimità del Regno napoletano, e tale da affermarne non solo la presenza fisica ma l'esistenza giuridica, si ha nella bolla con cui Gregorio VII, nel 1081, ne conferma la giurisdizione al vescovo di Veroli. In analoghi documenti del secolo XII, la presenza di una comunità ormai assestata territorialmente e con un abitato stabilmente definito viene evidenziata con l'enumerazione delle chiese castresi. In tal senso è di particolare rilievo la "bolla confirmatoria" di Onorio II, che nel 1125 elenca ben sette chiese: Castrum cum ecclesia S. Petri et S. Olivae et S. Andreae et S. Stephanae et S. Benedicti et monasterio S. Angeli de Meruleta et S. Nicolai et omnibus aliis. La Cronaca di Fossanova conosciuta anche come "Annales Ceccanenses" cita nuovamente Castro nell'anno 1151, informandoci che durante il passaggio a Castro: Eugenius Papa ivit Castrum et dicavit ibi ecclesiam Sanctae Crucis, oggi identificata nella chiesa di S.Tammaro. Forse proprio durante questa permanenza, cuncto fere populo Castrenses astante, il pontefice elargisce all'abbazia di Casamari un vasto complesso fondiario, sito nelle pertinenze di Montenero. Il 22 Ottobre dello stesso anno, allorquando Eugenio III consacra la chiesa di Casamari, le donazioni del pontefice al monastero comprendono: mulini in territorio castrese, i pascoli e le selve di Montenero, i terreni circostanti le mura di Montenero e tanta terra quantum duo aratra sufficiunt laborare, nonché le chiese di S.Benedetto e dì S.Angelo di Meruleta, con le proprietà fondiarie connesse. Negli anni immediatamente seguenti, il castello di Montenero, oggi ancora di difficile collocazione, rimane abbandonato, la popolazione e il territorio sono assorbiti da Castro. Nel 1157, compare la più antica autorità castellana di cui si conservi memoria: il balivo Gregorio. Egli presiede al patto col quale i quondam castri Montis Nigri habitatores rilasciano le terre avute in concessione dall'abbazia di Casamari. Poi nella bolla di conferma di beni a questo monastero, emanata da Alessandro III nel 1170, si fa riferimento a una permuta fatta cum ... quondam Gregorio, custode castelli quod Castrum nominatur. É interessante notare l'appellativo di custos attribuito che identifica il tipico fiduciario dell'amministrazione papale preposto al governo della cosiddetta "castellania della Chiesa". É certo che Castro rientrava nel novero di quelle rocche che, appartenendo patrimonialmente alla Chiesa romana, avevano particolari funzioni strategiche. Le cronache dell'epoca testimoniano sufficientemente l'importanza della castellania di Castro. Il Liber pontificalis attesta che, nel 1161, questo è uno dei pochissimi centri a non cadere nelle mani degli imperiali e a mantenersi fedele ad Alessandro III. Sempre gli Annales Ceccanenses narrano che, nel 1165, il castello è assalito e incendiato da Cristiano di Magonza, cancelliere di Federico Barbarossa. Durante il pontificato di Urbano III (1185-1187), il miles Lanterio, nipote del papa, detiene in sua potestate le castellanie di Castro e Lariano; poi, alla morte del pontefice, il ballivus affida le due rocche a Giordano, abate di Fossanova, che le conserva reggendole fino all'elezione di Clemente III. Con l'avvento al papato di Innocenzo III (1198-1216) si assiste ad una vigorosa opera di riorganizzazione del dominio territoriale. Lo status di castellania è pienamente confermato dall'inclusione della rocca di Castro fra le munitiones che Innocenzo III mantiene ad manus suas, per mezzo di fidatissimi castellani. La cronaca ci informa, nuovamente, che nell'anno 1208 lo stesso Innocenzo III onorò con la sua visita la Chiesa di Santa Croce, durante il viaggio che da Fossanova lo conduceva a San Germano, sostando a celebrare il Divino Sacrificio. Con Onorio III (1216-1226), si avvicendano, come rectores Castri, i patrizi anagnini Andrea Conti (fratello del futuro Gregorio IX) e Giovanni del Giudice. I loro nomi sono ricordati nella bolla Cum favore dell'11 aprile 1231, con la quale Gregorio IX conferma un feudo ereditario, nel territorio di Castro, al notaro Ambrosio, suo familiare. Nella seconda metà del secolo XIII, spesso i pontefici conferiscono la castellania castrese a personaggi di rilievo dell'amministrazione papale. Infatti, il 13 aprile 1264, assistiamo al passaggio di consegne fra Nicola Conti di Anagni e il cardinale Giordano Pironti, entrambi ex rettori della provincia. Al Pironti è affidata la custodia della rocca, que est eiusdem Ecclesie speciale demaniunm, ( ... ) cum vassallis, possessionibus, iuribus et universis pertinentiis suis, nonché cum armis, guarnimentis, utensilibus, inoltre il cardinale deve curare urgentemente il restauro delle fortificazioni. Successivamente, il 3 febbraio 1284, Martino IV solleva dall'incarico il custode del tempo, Pietro de Palumbaria, e conferisce la castellania al rettore di Campagna e Marittima, Andrea Spiliati. Sembra evidente che queste nomine prestigiose riflettano le rinnovate tensioni che investono i confini meridionali dello Stato della Chiesa, e la continua ricerca di fedeltà in amministratori di provata sudditanza servo soprattutto a garantire la continuità certa e stabile del possesso. Non si hanno notizie della castellania castrese fino al 1336, quando è conferita da Benedetto XII a Stefano Picalotti di Anagni. Del 1355, sotto Innocenzo VI, è invece la designazione del castellano Vitto de Rogneta. Dal testamento di Giacomo di Ceccano, stilato il 24 aprile 1363, in risarcimento di danni arrecati dal testatore, la somme di sessanta fiorini è devoluta hominìbus de Castro in communitate. Per Castro, questa è la più antica notizia dell'esistenza di una organizzazione civica. Di essa non ci è dato conoscere il grado di sviluppo, ma è credibile che anche sotto il diretto controllo dell'amministrazione papale ci sia una pur effettiva autonomia municipale. A tale riguardo, pare significativo il fatto che, nel 1366, Castro non partecipi alla generale sollevazione dei comuni di Campagna contro il rettore provinciale. Nella Tabula Terrarum Campanie, databile al 1371, il castello castrese apre l'elenco delle terre antiqui dominii Ecclesie. Questo documento fornisce interessanti indicazioni circa l'officio di castellano. Per consuetudine, i pontefici lo concedono a tempo determinato, per mezzo del cosiddetto "contratto di arredamento" (cioè di appalto), ricevendo una corrisposta annua di centoventi fiorini e l'impegno di custodire la rocca. Però l'arredamento permette al concessionario di esercitare, per proprio conto, i diritti patrimoniali della Chiesa e tutti i diritti di sovranità o piuttosto di signora sulla popolazione. Al momento della compilazione della citata tabula, Castro è retta dal francese Loubat de Malartic, cui l'ha affidata il defunto Urbano V (1362-1370). Il 15 giugno 1371, Gregorio XI assegna la castellania al romano Pietro Nicolai.


CASTRO FEUDO DEI COLONNA
La costituzione del feudo di Castro trae origine dalle burrascose vicende che accompagnano lo scisma d'Occidente (1378-1417). Secondo il parere unanime degli storici, la prima investitura sarebbe opera di Alessandro V, papa conciliare osteggialo da Ladislao di Napoli. Mentre i Colonnesi di Palestrina aderivano a Ladislao re di Napoli, il pontefice Alessandro V (1409-1410) procurò di avere a se devoti i Colonna di Genazzano quindi appena eletto, nel 1409, concesse a Giordano e Lorenzo i castelli di Castro e Ripi nella provincia di Campagna. Questa concessione simultanea di Castro e Ripi è certamente il riconoscimento di uno stato di fatto, o la conferma di concessioni più vecchie, infatti Ripi è già terra colonnese nel 1408, quando Ladislao di Napoli esenta dalle imposte gli abitanti del castello come vassalli del suo fedele cavaliere Giordano Colonna. Occorre ricordare che il sovrano napoletano attraverso un'accorta politica di appoggio ai papi romani ha ottenuto, fin dal 1404, il governo della provincia di Campagna e, almeno dal 1406, la facoltà di nominarvi rettori e vicari. Tenendo conto che, in quegli anni, Giordano Colonna è uno dei più attivi sostenitori di Ladislao, appare verosimile che la originaria concessione di Castro e Ripi risalga proprio al periodo della dominazione napoletana in Campagna. É naturale che poi Alessandro V, nell'indurre i Colonna di Genazzano ad abbandonare il sovrano di Napoli, offra loro, in contropartita, il riconoscimento del possesso di questi castelli. Questa conferma di Alessandro V viene formalizzata solo nel 1410, dal successore Giovanni XXIII. Nei documenti Castro e Ripi sono assegnati in vicariato ai fratelli Giordano e Lorenzo Colonna usque ad tertiam generationem, sub annuo censu vigintiquinque librarum cerae in lesto omnium Sanctorum 31. Questo vicariato-signoria assicura ai Colonna una posizione sovrana, analoga a quella dei precedenti castellani papali. Secondo fonti di epoche diverse, ai Colonna competono: l'amministrazione della giustizia criminale e civile, la baleca, il plateatico, la fida dei bestiami forestieri sui terreni pubblici, nonché le privative dei molini, dei frantoi, dei forni, del macello, della pizzicheria e dell'osteria. Si tratta di tipici diritti baronali, che configurano una situazione assai simile a quella dei territori vicini. Ancora nel secolo XVIII, alla signoria di Castro è legato il possesso della Rocca delle torri della cinta muraria, di vari fabbricati siti nel castello, di una mola sul Sacco e di un complesso terriero che supera i 1.100 ettari, cioè un quinto del territorio castrese. Per contro, la comunità condivide, con i signori, i diritti sui pascoli e possiede boschi che, nel Seicento, sono stimati in 732 ettari. Occorre fare qualche osservazione circa le più antiche successioni nella signoria di Castro. Dei primi due investiti, solamente Lorenzo ha figli: Antonio e Odoardo, dai quali prosegue la stirpe, e Prospero, cardinale. Nel 1427 Martino V divide il patrimonio colonnese e assegna Castro al nipote Antonio, ma costui non ne entra in possesso perché il castello spetta in pegno dotale alla madre Sveva Gaetani. Poi come dimostra un rescritto di Alfonso l d'Aragona, del 1449, l'universitas Castri passa sotto il dominio del cardinale Prospero, forse in compenso degli aiuti prestati ad Antonio per far fronte alle vessazioni anticolonnese di Eugenio IV (1431 -1447). Nel 1481, ormai scomparsi il cardinale (1463) e i suoi fratelli, il castello risulta del signor duca Columna et fratelli, cioè di Fabrizio, figlio di Odoardo e duca dei Marsi, e dei suoi fratelli. Questa situazione di condominio ha breve durata, perchè poi, nel corso del secolo XVI, le fonti indicano quali esclusivi signori di Castro i discendenti di Fabrizio: prima il figlio Ascanio (1557) e poi il nipote Marcantonio (1535-1584), il celebre ammiraglio pontificio della battaglia di Lepanto. Dal momento dell'attribuzione di Castro ai Colonnesi del ramo di Genazzano, le vicende del castello sono strettamente legate alle alterne fortune di questa famiglia. Martino V favorisce l'esaltazione della potenza del casato, cui concede fra l'altro Pattano, nuovo centro dei domini familiari, e una generale esenzione dai tributi, applicata certamente anche al castello e ai vassalli di Castro. Poi, come noto, cicliche persecuzioni si abbattono sui Colonnesi ad opera di molti papi. Particolarmente feroci le proscrizioni di Alessandro VI (dal 1501 al 1503), di Paolo III (dal 1541 al 1549) e di Paolo IV (dal 1556 al 1559), durante le quali Castro viene confiscata ai Colonna. Tuttavia queste vicissitudini sono eventi privi di reale incidenza storica e, anzi, la facilità del recupero che puntualmente avviene alla morte dei papi ostili, palesa la solidità dell'edificio politico colonnese. Al riguardo è significativo ciò che accade all'indomani della confisca manu militari di Paolo IV: appena scoppia la guerra fra Spagna e Santa Sede, i Castresi, "per l'affettione che hanno a loro antichi signori", non esitano a schierarsi con gli Spagnoli del duca d'Alba, che sono condotti dall'esule Marcantonio Colonna (settembre 1556). Dopo il breve allontanamento seguito alla pace di Cave (1557) Marcantonio Colonna recupera definitivamente tutti i suoi stati (1559), viene pienamente riabilitato da Pio IV (1562) e, con la strepitosa vittoria di Lepanto (1571), guadagna al suo casato il perpetuo favore dei pontefici. Da allora, fino alla repubblica del 1798, il feudo di Castro, ormai legato alla primogenitura della famiglia, rimane in pacifico godimento dei Colonna, fino alla rinuncia alla giurisdizione baronale (5 settembre 1816).


L'ANTICO STATUTO COLONNESE DI CASTRO
Il municipio di Castro dei Volsci possiede, oltre a numerose carte in via di riordinamento, un piccolo codice pergamenaceo che, vergato in eleganti caratteri umanistici del XVI sec, contiene il testo inedito, in latino, del primo statuto di questa terra, o quantomeno del più antico che si conservi. Si tratta di un manoscritto unitario, senza data di compilazione e privo di segnature archivistiche. Sul fronte, porta le indicazioni " Statuto" e " Castro ", di grafia del secolo XVII, epoca alla quale si può assegnare la legatura stessa. Tutti i fogli misurano millimetri 200x150. La stesura dello Statuto va collocata nel periodo compreso tra i limiti cronologici del 1404 (il primo anno a cui potrebbe risalire la dominazione colonnese) e del 1510. Al pari di altre stesure statutarie, la nostra esordisce con un breve proemio di vaga intonazione filosofico-giureddica. In esso si ricorda il peccato originale e la conseguente abitualità del peccato, per poi dedurne quanto le leggi, e quindi lo statuto, siano indispensabili alla convivenza umana. Inoltre lo stesso proemio fornisce alcune preziose notizie: lo statuto discende da un atto di autonomia normativa dell' universitas castrese ed è destinato a prevalere su tutte le altre fonti di diritto, ivi comprese le costituzioni provinciali, cioè l'ordinamento fondamentale dello Stato della Chiesa, emanato nel 1357 dal cardinale Egidio Albornoz. Nel codice, il testo normativo latino si presenta diviso in centotrentanove rubriche ciascuna delle quali è distinta da un titolo, mancando invece di una numerazione progressiva. Per altro, dalla successione delle rubriche emerge molto chiaramente l'originaria esistenza di una quadripartizione del testo, analoga a quella che ricorre spesso nella produzione statutaria della regione. Infatti, si tratta di un gruppo di norme concernenti l'organizzazione civica e i principi di diritto processuale, seguono quelle di diritto criminale, poi quelle che regolano il "danno dato", cioè i più frequenti casi di responsabilità civile nell'economia agricola, e infine le norme che non trovano appropriata collocazione nelle parti precedenti. E poiché a questa distribuzione delle materie corrisponde solitamente una divisione in quattro libri, sembra lecito ritenere che, nel nostro statuto, questa partizione in quattro libri sia stata tralasciata nel corso della trascrizione del 1589 o in precedenti analoghe occasioni. Una disamina delle disposizioni statutarie e del loro interesse storico indubbiamente rilevante anche al di fuori dell'ambito locale non rientra fra gli scopi del presente lavoro di edizione, tuttavia è opportuna qualche osservazione di carattere generale. Innanzi tutto, il testo non reca traccia alcuna di quei rimaneggiamenti cinquecenteschi subiti da tanta parte della produzione statutaria laziale. Risulta poi evidente che come accade in tanti altri statuti di terre baronali la normativa presenta una casistica limitata, dalla quale restano fuori numerosi e importanti rapporti giuridici (così, ad esempio, solo incidentalmente veniamo a conoscere l'esistenza dei comestabiles comunali, ma ne ignoriamo le precise competenze e il metodo di elezione, sicuramente legato alla divisione del castello in carciae; mentre, fra le non poche fattispecie delittuose, anche di alta giustizia criminale, manca la previsione di una pena per l'omicidio). Questo fatto può spiegarsi considerando che, per quanto riguarda le strutture comunali, lo statuto si limita a codificare gli aspetti essenziali di una realtà preesistente, consacrata dal tempo. Un altro aspetto degno di rilievo è il contrasto esistente fra una parte delle norme statutarie e talune prerogative signorili dei Colonna. Si tratta della rubrica De molendinis et molituris (lib. I, rubr. XXXXV), che è in contraddizione con la privativa colonnese sulle macine, e delle disposizioni di diritto criminale, che interferiscono con la esclusiva giurisdizione baronale in materia e sono dichiarate nulle dai Colonna. Allo stato delle conoscenze, non è possibile stabilire se e quando queste norme abbiano avuto effettiva vigenza. Ancora circa le rubriche di diritto criminale, è interessante constatare che esse ricalcano assai spesso le correlative disposizioni dello statuto di Olevano, datato 1364. I concetti giuridici, la struttura delle norme e talvolta perfino la lettera sono uguali. Questa circostanza indica che probabilmente lo statuto di Olevano, almeno per la parte criminale, è servito da modello per quello di Castro e possiamo supporre che questa osmosi sia connessa al passaggio di qualche giudice o notaro dall'uno all'altro castello dell'area colonnese. Ovviamente ciò non comporta che queste norme castresi siano coeve a quelle dello statuto di Olevano; anzi, ostacolano decisamente tale interpretazione i non pochi contrasti con le Costituzioni Egeddiane, di certo non tollerati in una castellania della Chiesa, quale era Castro fino ai primi anni del secolo XV. In ultimo, è doveroso accennare ai limiti cronologici della vigenza dello statuto, inteso nel suo complesso. Fatta dunque eccezione per le rubriche riguardanti i crimini e le mole, lo statuto è stato integralmente in vigore dal secolo XV agli inizi del XVlll, quando con l'assoggettamento delle terre baronali alla legislazione statuale la sua normativa perse rapidamente valore. Sopravvissero le sole disposizioni sul danno dato, finché furono sostituite col nuovo statuto agrario del 1795.


LO STATUTO AGRARIO DEL 1795
Nel sec. XVIII le norme sul danno dato rimanevano l'unica parte ancora viva dello statuto quattrocentesco. Ma si può facilmente intuire quanto inadeguate dovessero essere quelle disposizioni, che erano state concepite in funzione di una economia agricola molto primitiva e per una comunità di poche centinaia di persone, che ora viceversa supera le 2100 unità. Inoltre, mentre la svalutazione monetaria aveva tolto efficacia alle sanzioni pecuniarie previste dall'antica normativa, si doveva avvertire la necessità del coordinamento di questa con la ormai copiosa legislazione statuale in materia agricola. Questi presumibilmente furono i motivi che nel 1795 hanno suggerito la compilazione del nuovo "Statuto Agrario" in sostituzione della precedente normativa sul danno dato.


COPIA DELLO STATUTO AGRARIO DEL COMUNE DI CASTRO NELLA DELEGAZIONE APOSTOLICA DI FROSINONE 1795
DANNI DATI CON BESTIE 1' Seminati Bestie grosse domate ed armenticce, cioè bufaline, cavalline e vaccine, a dar danno alli grani ed altri seminati, anche postime ne' luoghi aperti: per la prima volta un grosso a capo, per la seconda un carlino, e per la terza e più volte un paolo a capo, sino al numero di tre. In su a qualunque numero: per la prima volta accusato', un paolo; per la 2' baiocchi 15; e per la 3', e più, baiocchi 20. E ciò per tutto l'anno, non facendosi la distinzione come prima, passato il mese di marzo. Nei luoghi ristretti con macerie di mezza canna d'altezza, con fratta, o traversata di simile altezza (esclusi sempre i cavatoni): il doppio di sopra; e, nel caso si capisca che la maceria, fratta, o traversata sia stata spallata apposta, il doppio di sopra. Capre e pecore, agnelli e capretti sino a dieci: baiocchi cinque. E sopra al dieci: baiocchi trenta ne' luoghi larghi, ma ne' luoghi ristretti, sino a dieci, baiocchi dieci; e, sopra il dieci, baiocchi 50. Porci: baiocchi 50. Non essendo morra: un grosso a capo. Essendo poi tutti piccoli meno di due mesi: baiocchi 10. E, se fossero quattro o meno: nihil. In quanto alli lupini, se non sono seminati ad uso d'arte, cioè che per ogni porca vi siano almeno tre ciglia arate: nihil. Nei quarti sodi della montagna come in pubblico consiglio, cioè che non sono apparati recipienti: nihil, neppure il danno. 2' Marna Bestie grosse alla marna: per una o due, mezzo grosso; e, sopra il due, mezzo grosso a capo. 3' Vangato e maggese Porci al vangato o alla maggese per gli orti arati tre volte, a cavugledare: sino a cinque, mezzo grosso, e, sopra a cinque, baiocchi 10. 4' Rimesse Bestie a dar danno alle rimesse, che s'intende ogni possessione ristretta, come si è detto di sopra ne' seminati, tanto nel piano, che nella montagna, purché però nella montagna vi sia pagliaro, casetta o capanna: giuli cinque, anche per le bestie domate e in tutti i tempi. Dov'è però la traversata: sotto a dieci bestie minute, nihil. 5' Prati Bestie grosse alli prati non ristretti: dalla metà di febraro a tutto marzo, baiocchi 5 a capo, ma non più di baiocchi 15, anche sopra a tre; dopo marzo, sinché non sono falciati, il doppio; di notte il doppio. Bestie minute, compresi pure li porci: baiocchi 30 per morra dal dì che vi entra la pena sino a che non sono falciati. E dette pene alli prati e rimesse vi siano ancorché non vi fosse danno. Porci a cavogliare ai prati: baiocchi 3D. Alli mannarini: baiocchi 5, ancorché sia uno solo. 6' Fratte Capre a dar danno alle fratte di rimessa, alboreti e prati: giuli cinque. Alli porci: baiocchi 25. E alli bufali e vaccine: baiocchi 10. 7' Pignoni e stoppie Bestie a dar danno alli pignoned e gregne di grano; baiocchi 15. Ma alli porci: baiocchi 50. Alle vettovaglie: la metà di sopra. Circa le stoppie, radunate le gregne e passate le spigarole ne' campi, secondo l'ultima interpretazione di Roma della bolla benedettina, non vi sia pena alcuna. 3' Alboreti Bestie grosse domate ed armenticce, comprese anche le muline, agli albereti a filone: baiocched trenta. E in quanto alle cavalledne, ancorché sia una sola; pure baiocchi 30. Non a filoni: la metà. Agli alboreted nuovi, sino a cinque anni: giuli cinque. Capre agli albereti a filoni: baiocchi cinquanta. Non a filoni: baiocchi quaranta. Alli nuovi come sopra: baiocchi sessanta. Pecora agli alboreti a filoni: baiocchi trenta. Non a filoni: la metà. Alli nuovi: baiocchi trenta. Porci agli albereti nuovi e vecchi: baiocchi cinquanta. Non a filoni ": baiocchi trenta.Porci agli alboreti pieni, cioè dal primo luglio sino alla vendemmia: il doppio di sopra. Per gli altri animali non vi è distinzione se pieni, o no. E le dette pene agli alboreti si paghino ancorché non vi sia danno. Cani e cagne agli alboreti pieni, coll' uncino sono baiocchi venticinque e senza uncino il doppio. Agli alboreti anche scorporati vi sia la pena come agli altri di sopra. 9' Tuteri Cani e cagne a mangiar tuteri: baiocchi cinque. 10' Ghiande e castagne Bestie grosse a mangiar ghiande e castagne alla selva della comunità quando sono vergini: baiocchi 15. E quando vi sono i porci: cinque. Porci anche mannarini alle selve della comunità quando sono vergini: baiocchi cinque a porco sino alli trenta; e, sopra li trenta, scudi cinque per morra; e, quando è pasciticcia, la metà; e questa pena di scudi 5 o di scudi 2,50 debba applicarsi la metà alla comunità. Capre e pecore a dar danno come sopra: quando è vergine, baiocchi sessantacinque; e, quando è pasciticcia, baiocchi dieci. Porci a dar danno come sopra alli padronali, anche selve: baiocchi 30 di giorno e baiocchi 60 di notte. Alli mannarini: baiocchi 10. Capre e pecore a delle ghiande padronali: baiocchi dieci. E queste pene entrano li 29 settembre e durano a tutto li 29 novembre. 11' Oliveti Bestie grosse a sparnuccare o altro danno agli oliveti ristretti come si è detto ne' campi seminati: giuli dieci sino a tre vadi che vi fossero. Bestie porcine ed altre minute a detti uliveti: giuli quindici. E dette pene agli oliveti ristretti vi siano di tutti tempi. Agli oliveti non ristretti, sia padronali che comunitativi, nihil. Bestie grosse a dar danno a detti oliveti non ristretti, in tempo che vi sono le olive, o in terra, o ne' piedi: baiocchi quindici. Bestie minute, anche porcine, a dar danno come sopra: baiocchi 50. Alli mannarini: baiocchi cinque. 12' Canneti Bestie grosse a dar danno a canneti: baiocchi cinquanta, anche alle domate. Ma, se c'è una bestia sola: baiocchi venticinque. Bestie minute a dar danno come sopra, d'aprile e maggio solamente: baiocchi trenta. Negli altri tempi: nihil. 13' Paglia e fieno Bestie grosse alli paglierecci, o montoni di paglia o fieno, sia ristretti che non ristretti, purché a questi non ristretti vi sia il pagliaro o altro coperto per rimessa delle bestie: baiocchi cinque per bestia. Porci a dar danno come sopra: baiocchi trenta per morra. 14' Orti Porci a dar danno agli orti dentro ed intorno alla terra: baiocchi quindici. Alli mannarini: baiocchi cinque a capo. 15' Somari Somari a dar danno a qualunque cosa: mezzo grosso. Ma ne' luoghi ristretti: il doppio. E alli pignoni di grano, albereti e canneted: baiocchi dieci. 16' Polli Polli a dar danno a qualunque cosa: mezzo grosso. 17' Ammazzamento Capre e pecora: si possono ammazzare ne' casi come nello statuto, cioè alli pignoni o riccelle, tanto ne' campi quanto nell'aie o vigne soggette pure alla morte nell'istesso modo come si è disposto per li bestiami de' castrasi, e allora neppure vi sia altra pena. E dette pene di scudi 3 e di scudi 1,50 s'intendano solamente in quella parte di territorio dove può fidare il balio, ma fuori di ciò vi sia il doppio. Bestie de' forastieri a pascolare in questo territorio, che non sono fidate dal balio: scudi 3 per padrone. E nei luoghi dove non ha la facoltà il balio di fidare: il doppio benché fossero fidate da detto balio, perché non vi può fidare, in tal caso detto balio incorra in pena di altri scudi 6. E dette pene de' forastieri d'applicarsi cioè di dieci parti, tre alla corte, o balio, tre altre all'accusatore e quattro alla comunità, o padrone danneggiato. 20' Spiegazioni Tutte le dette pene s'intendono quando è morra, ma quando non è morra e per le bestie domate (fra le quali vi entrano anche le muline, che in tutti li casi entrano fra le bestie grosse) e per li porci mannerini o una scrofa figliata: la metà, a riserva de' casi altrimenti notati. E la inorra s'intenda tre di bestie bufaline, cavalline e vaccine, cinque porcine e dieci caprine e pecorine. E quando è transito: mezzo grosso. E detto transito s'intenda: quando ci va il padrone appresso, o pure il garzone delle bestie, e che subito vada a cavare le dette bestie. La notte vi sia l'istessa pena e non raddoppia come prima, a riserva de' casi in cui si è notato diversamente.


DANNI MANUALI
Ne' danni manuali vi sia la pena di baiocchi 75, toltone li casi seguenti. 1' Seminati A far erbe colle mani, senza alcun istrumento, nei seminati: baiocchi due e mezzo. A mietere, o far foraggine o erba prata: giuli sette e mezzo. A mietere o tagliare grano secco, orzo, biada e spelta in spighe, o sia qualche branca che non arriva a gregna: scudo 1. E se arriva a gregna: scudi 3. Ma, rispetto alla biada, se non arriva a gregna: baiocchi trenta. 2' Fratte e mandre A sparar mandre de' pastori, dove però è il coperto di caprareccia, pecorareccia e porcareccia: baiocchi trenta. Dove non vi è detto 21 coperto: nihil. 3' Tuteri A cogliere tuteri verdi, sino a tre: baiocchi trenta. E a cogliere i secchi: scudi 2. Facendo fronda: giuli sette e mezzo. 4' Legumi A cogliere legumi verdi: giuli sette e mezzo. Ma cogliendo una sola volta, colla mano, fave e ceci e cicerchi: mezzo grosso. 5' Ortaglie A cogliere insalata o altre ortaglie: baiocchi settanta. 6' Broccoli A cogliere broccoli o cavoli, anche in poca quantità: giuli quindici. 7' Uva A cogliere uva ad albereti o piagge, che vi siano i almeno dieci alberi con viti potate: scudo 1. Ma cogliendo solamente due pennoli e portandoli però in mano, cioè in vista: baiocchi dieci. La notte: scudi 2, anche se fosse un solo vaco e ciò dopo il mese di luglio. Ma prima d'agosto, passando un pinnolo: baiocchi dieci. E per uno solo: mezzo grosso. A cogliere uva alle viti non potate: baiocchi cinque. Agli alberi spinati: baiocchi 75. 8' Fichi A coglier fichi negli alboreti, o in altri luoghi che sono ristretti, benché vi siano dei vadi, mangiandone dentro, o sia nello stesso luogo e purché non saglia alli piedi: baiocchi 20. E cacciandone fuori: baiocchi 50. A cogliere però fuori degli alboreti, che non vi sia più di un piede di fico: nihil. E negli altri luoghi larghi, che vi è più di un piede, passato agosto: mezzo grosso solamente. 9 Fave A cogliere fave verdi e mangiandole dentro della possessione stessa: baiocchi dieci. E cacciandole fuori, in quantità sino ad un medaro di cappello in vaedane: baiocchi 20. E di più: giuli sette e mezzo. 10' Frutti A batter frutti, anche con urli', con tuccarelli e sassi, o montar sugli alberi: baiocchi 75. A raccoglierli in terra, sino a dieci vached: nihil. E di più ne' luoghi ristretti o alborati: baiocchi 15. E ne' luoghi larghi: un carlino. E cacciando con un sacco o canestre: giuli quindici, anche ne' luoghi larghi. A batter sorba, o altri frutti selvatici: baiocchi cinquanta. 11' Ghiande e castagne A battere ghiande e castagne, o raccogliere alle selve della comunità: giuli quindici purché le trasporti o siano in atto di trasportarle almeno in quantità di una scodella. Meno di una scodella: baiocchi 75. Ma se si mettessero in saccoccia di calzoni, o mangiassele dentro delle dette selve: nihil, anche per il danno. A battere castagne e ghiande padronali: giuli 15. Con tuccarelli, o sassi in terra: baiocchi 50. A raccogliere in terra: baiocchi 30. 12' Olive A cogliere olive ai piedi, o raccogliere in terra, sino a una giummella: nihil. Ma di più: scudi 3. 13' Traiette A tragittare, o passare negli alboreti, orti e campi seminati e anche in tempi di pena ai prati: baiocchi 75 ancorché non vi sia danno. In mano però alla strada, dove è pratticabile: baiocchi 10. Ma in mano alla impratticabile: nihil. E anche nibil se traversasse senza traedetta fatta per una sola volta. In caso che di una casata fossero accusate più persone nell' istesso giorno, si paga una sola pena. 14' Traglie A passar colla fraglia, carro, trascino, travi e aratro a qualunque possessione, anche alborata: nihil di pena, ma solo il danno. 15' Canne A pigliar canne secche, sino a cinque: mezzo grosso. Sopra a cinque: baiocchi 30. A tagliar canne verdi: baiocchi 75. Facendo fronda: baiocchi 5. Ma rompendo canne: baiocchi 15. A cavare sino a dieci ciocche per ogni canneto: nihil. 16' Pozzo S. Tomasso Ad abbeverare al pozzo S. Tomasso, sia qualunque numero di bestie: nihil. 17' Fieno e paglia A pigliar ne' pagliarecci, o montoni di fieno o paglia, cioè sino ad un sacco di fieno: baiocchi 75. E sino ad un sacco di paglia: baiocchi 30. 13' Macerie e maceroni A spallare macerie: scudo 1. Alli maceroni: baiocchi 7,5. INCISIONI 19' Perazza e melazza A tagliare perazza e rnelazza spurgate, o da spurgare: baiocchi 20. Ma, in quanto alli rami, [solamente] 'a quelle non spurgate: nihil. Ne' terreni comunitativi: la metà, in quanto solamente alle perazza spurgate. 20' Castagne A tagliare, o sia fare castagne verdi padronali, benché tagliate da altri ed ancorché fossero rami: giuli quindici. Ma, se l'albero fosse tagliato dal padrone, alli rami: la metà. E in quanto alle castagne spallate: baiocchi 50. A tagliar rami secchi alle castagne padronali, o spallate o in piedi, di qualunque grossezza: baiocchi 30, scorzare, o tagliare, o cavare il pedicone o pedeconi delle castagne tagliate o spallate, che sia verde in qualche parte: geduli cinque, e ciò tanto alle comunitative che padronali. A tagliare o sia a fare, dico. A tagliare, o fare castagne tagliate comunitative, benché rami: scudi 6 per ogni albero, d'applicarsi un terzo alla comunità, un terzo all'accusatore, un terzo al tribunale, o balio. A tagliare, o fare castagne spallate comunitative: scudo 1. Ma chi tagliasse rami grossi non più di due palmi e mezzo dì ridondezza': nihil. E anche nihil alli rami secchi di qualunque grossezza, in piedi. 21' Cerque e ceni A tagliare cerque o cerri [verdi], sia grossi che piccoli, alle Monticelle, senza licenza della magistratura: uno scudo. [A tagliere cerque e cerri verdi, sia grossi che piccoli, alla Selvotta; scudi due per ogni albore. Alii rami verdi; uno scudo] \Àtagliare, alla Selvotta degli Angeli, cerque o cerri secchi, o spallati, o in piedi: nihil; con questo che, andandovi più persone, una non possa prendersi altro rocchio se non ha finito il primo preso e cavato fuori dalla selva con bestie da soma, o in collo, sotto pena di baiocchi cinquanta, acciò tutti abbiano il comodo. A tagliare, a detta Selvotta, rami secchi alle cerque o cerri verdi in piedi: nihil. E chi tagliasse il capitello e ura per l'aratro a detta Selvotta: nihil, tanto alli rami quanto agli albori giovani; ma debba tagliare solamente quello che serve per detti legni, questi debbano affaccendarsi in detto luogo e gli avanzi fatti a detti legni debbano lasciarsi in detto luogo, in servizio di altre persone; e chi contravvenisse, cioè si pigliasse 1 detti avanzi o non li affacciasse, incorra in pena di baiocchi 50. L'istessa facoltà di far capitelli, ure e giochi' sia alle Monticelle; e ivi possa pigliarsi gl'avanzi senza pena. A tagliare, o sia a fare pediconi di cerri o cerque tagliate o spallate, a detta Selvotta: nihil. A spurgare cerquole alle selve della comunità: baiocchi 30. Alle padronali: l'istesso. A tagliar rami alli cepponi di cerqua per la foglia, [ossia fronda], e vi lasciasse almeno tre rami: nibil. E chi non vi lasciasse [almeno] tre rami: baiocchi 50. A tagliare pedeconi di cerque spallate o tagliate padronali: baiocchi 10. 22' Olive A tagliare o fare olive tagliate, benché secche e benché rami, o padronali o comunitative: scudi 10, d'applicarsi scudi 3 alla corte, o balio, scudi 3 all'accusatore e scudi 4 alla comunità o altro padrone dell'olive; e chi non avesse da perdere: tre anni di galera. Alle spallate: nihil se sono comunitative; ma, se fossero padronali: baiocchi 30. A tagliare, o cavare, o scorciare ciocche verdi d'olive spallate o tagliate: [la metà della pena di sopra) e d'applicarsi nello stesso modo di sopra. Alle secche: nihil se sono della comunità. Ma a quelle de' padronali: baiocchi 30. A rompere colle mani, senza alcuno istrumento, qualche ramo o due di olive, per aiutare qualche bestia: baiocchi dieci. Facendone di più: baiocchi trenta. E se fosse alli piantoni: uno scudo, anche per un ramo solo, tanto alle comunitative quanto alle padronali. A tagliare ramate per piantare oliveti: nihil. Non più però di tre piantoni per ogni oliveto, il quale non deve essere meno di dieci piedi e pigliarsi non più di un piantone ad un piede; ed agli oliveti della comunità possano tagliarsi quanti ne bisognano, ma non più di un piantone per piede e purché non si vendano alli forastieri; e chi contravverrà in ciascuno di detti casi incorra nella pena di scudi 10, da applicarsi come si è detto a chi taglia olive. 23' Forma Persone a far ingiuria alla fontana S. Andrea, forma e fontanile, o con bestie o senza, o cavare, ossia levare acqua a detta forma, fontana, o fontanile per lavare: baiocchi 30. Ma chi prendesse l'acqua per lavare i fasciatori: nibil, purché si lavino dove non si fa veruna ingiuria a detta forma, fontana, o fontanile. 24' Aceri orni, lucidi, cerque, carpine e calcare A tagliare da piedi, o scevrare, o stroncare alberi di acero, orno e cerqua e carpine nero: giuli sei. Alle montagne delle Frattucce, che principia alla Valle Pastori, sino all'Ara d'Innocenzio e tira cima cima, quantunque pende' sino al territorio di S. Lorenzo, lasciandosi questi quattro alberi, per far capitelli e ure per l'aratro, cerchi per le botti e lavelli, forcinelle e perticoni per li alberi. Le ricorrenti per il pagliaro e per la manna: senza incorso in pena alcuna. A tagliare, o scevrare, o stroncare, come sopra, detti alberi di acero, orno, cerqua e lucino alla montagna della Valle Piaggia, che principia dalla Fontana, tira per la forma sino alla i sorgente e cala alle Mantre Pacioni sino al Porrone Cipolla: baiocchi 30. Lasciandosi questi quattro alberi, per servizio come sopra: senza pena. E a questa montagna non possano farsi nè cese, ne calcare, cioè nè legna per le calcare, sotto pena di giuli quindici. 25' Detti alberi e cerri e vender legname o carbone ai forastederi Caprari a tagliare detti alberi ed anche quelli di cerro in tutte le montagne: baiocchi 65. A vendere in campagna qualunque sorta di legname [o carboni] a forastìcri, benché fosse per dono o regalo, o pure ad asportarli fuori di territorio: scudi dieci, da applicarsi come si è detto per la pena delle olive. 26' Calce e Uno A far calce per li fossati [nei luoghi] dove vi è il lino: di pena baiocchi 60, sia lontano quanto si sia. A mettere il lino agli infrascritti fossati, cioè dagli infrascritti luoghi in su: baiocchi sessanta e oltre che sia lecito ad ognuno di cavarlo fuori senza [incorso di] pena alcuna. Detti fossati e luochi proibiti sono cioè: il fossato Rospetto dalla strada in su, confinante cogli eredi di Candidoro Penna; il fossato del Ponticello, e propriamente da dove sta il detto Ponticello in su; il fossato delle Nocchie dalla strada in su, confinante col signore Domenico Antonedo Polidori; ed il ponte Falascoso, e propriamente da detto ponte in su; e per il fossato dt Valleftucca sino alli confini. 27' Batto e uomini Se il balio o' suoi uomini d'accompagno faranno danno manuale, paghino il doppio della pena imposta; ma a mangiar per se, cioe 8 in poca quantità: nihil. 28' Forestieri E, se li forastieri faranno danno manuale, paghino il doppio di quello che è imposto per li Castresi, purché però detta pena doppia non sia meno di giuli quindici, cioè che per li Castresi vi sia imposto baiocchi settantacinque; e, dove fosse meno, vi sia di pena a detti forestieri detti giuli quindici, d'applicarsi come la seguente. Forastieri suddetti a legnare negli alberi fruttiferi padronali e comunitativi: scudi dieci. E negli alberi infruttiferi e legna morta: scudi cinque per qualunque persona. E ciò s'intenda tanto nelli terreni seminativi, che selvati, come anche inculti. Dette pene de' forastieri d'applicarsi di dieci parti, tre alla corte, o balio, tre all'accusatore e quattro alla comunità, o padrone dannificato. Se poi vi fosse convenzione colli forastieri, si deve stare alla convenzione, che dovrà mostrare chi sarà accusato. 29 Spiegazioni In tutte le sudette pene si debbono raddoppiare se li danni si faranno di notte, cioè li danni manuali. Tutte le sudette pene si osservino tanto nella corte baronale che nella baleca, sino a nuova disposizione del consiglio, che ha la facoltà di rinnovare le deliberanze a forma dello statuto. In tutte le cose, tanto rispetto al danno del bestiame, che manuale, vi sia la licenza del padrone dannificato, cioè che né la cotte, nè la baleca possa procedere alla pena dell'accusa, o sia querela ecc., senza licenza del padrone dannificato, a riserva di quelle cose che il danno apparterrebbe alla comunità, come sono li tagli d'alberi E le pene contenute in queste liberanze debbano osservarsi dopo che nelle forme solite si sarà pubblicato bando dal pubblico mandataro, di essere state rinnovate le liberanze. Siccome si è detto, rispetto a qualunque danno manuale vi sia di pena baiocchi settantacinque, a riserva di quelle cose altrimenti specificate. Così anche per qualunque minima cosa si dovrebbe soggiacere a detta pena, per li quali casi si vuole che non vi sia pena alcuna, come già in alcune cose si è qui specificato, ma non per tutti li capi sì è potuto specificare non esservi pena. Pero in dette cose minime, come sarebbe a spurgare alberi d'orno, cerqua e lucino benché nelle montagne riservate, a fare qualche vinchio per toccare le bestie, a coglier cicoria ed altre erbe selvatiche anche ne' seminati e simili, si è risoluto di non imporvi alcuna pena, a riserva de' luoghi ristretti, ne' quali vi sia di pena baiocchi quindici. Castro, questo dì 15 novembre 1795 Firmati e crocesignati nell'originale: segno di croce di Ermenegildo Lombardi, sindaco illetterato; segno di croce di Francesco Polisena, officiale illetterato;io Giuseppe De Santis, officiale; io dottor Giovanni Battista de' Giuli, consigliere deputato; io Vincenzo Palatta, consigliere deputato; io Antonio Sebastianelli, consigliere deputato; io Marco Polidori, consigliere deputato; segno di croce di Marco Palombi, consigliere deputato; Giovanni Battista de Santis, consigliere deputato Giovanni Andrea capitan Passedo, governatore. Domenico Antonio Galloni, notaro e segretario, a dì 6 marzo 1796. Biagio Lupi, publico mandataro, riferisce a me ecc. di aver sott'oggi publicato bando per tutti i luoghi soliti di questa terra di Castro, di essere state rinnovate le presenti liberanze. In fede ecc. Ciò si è fatto perche ognuno possa osservarle. Domenico Antonio Gallone, notaro publico e segretario. Per copia conforme, il priore Carlo Palatta.


L'ETÀ MODERNA
Il moto innovatore della Rivoluzione Francese, che aveva sconvolto la Francia sul finire del 700, venne esportato in modo progressivo dall'esercito francese nel resto d'Europa. Le grandi novità ideologiche della legalità ed eguaglianza, portate sulle picche dei rivoluzionari non erano affatto gradite a Roma che, oltretutto veniva offesa pure, come Chiesa, dal culto della dea ragione. Nel 1796 ci si lusingava di poter tenere lontano dalla Città eterna questo nuovo "sacco", con una strenua difesa armata; così, tra gli altri, Filippo Colonna mise a disposizione del papa Pio VI i suoi armati: ne ottenne in cambio il grado di Colonnello-Generale. Purtroppo una volta caduta Roma, e proclamatavi la repubblica, provò, come tante volte i suoi antenati, la vendetta del vincitore che lo privò del feudo e lo multò di molte migliaia di scudi. Presto, però, l'albero della libertà che era stato innalzato, non solo in Roma ma pure nelle nostre terre e nel suo feudo, fu abbattuto, e tutto tornò come prima. Tuttavia, nel breve tempo intercorso, i francesi in nome degli immortali principi fecero sentire anche ai sudditi pontifici il peso della libertà, portata dalle armi straniere. Durante la repubblica francese, con i principi della libertà Castro ebbe il suo "Maire"; fu il primo, perché lo riebbe più a lungo, successivamente, durante il periodo napoleonico. Il primo di essi sembra abbia avuto una triste fine: stando alle fonti locali egli si era montata la testa, tanto da voler ripristinare nel suo dominio un redivivo "ius primae noctis". Mal gliene incolse perché lo sposo che avrebbe dovuto iniziar la serie dei... contenti, giovane e ardito reagì colpendolo con una coltellata all'addome... ritirando subito la lama acuminata dalla ferita la vide intrisa di sangue e di feci: si rivolse al colpito dicendogli: Mèr, ho fatto mmèr .... Il Maire morì e lo sposo dovette darsi alla macchia in attesa della liberazione , che lo restituisse alla sventurata sposina. Il Principe Colonna dopo la cacciata dei Francesi, riordinò il suo Feudo disponendo nuovi ordinamenti amministrativi e giurisdizionali: è sua la firma, di convalida al nostro Statuto. Tornò ancora la Francia ad abolire la giurisdizione feudale, questa volta con Napoleone imperatore, che promulgò un codice unico. Castro ebbe il tricolore e di nuovo il suo "maire" . Dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815, Pio VII potè ritornare al governo del suo Stato tra le acclamazioni dei fedeli sudditi. Non sappiamo quale fu il comportamento dei cittadini di Castro durante la repubblica romana né precedentemente quando il sommo Pontefice Pio IX, concesse la nuova costituzione al suo Stato. All'uccisione del primo ministro Pellegrino Rossi avvenuta nel 1848 nel palazzo della Cancelleria in Roma seguirono nella capitale i disordini ben noti che culminarono con la fuga del papa verso l'ospitale Regno: durante l'esilio a Gaeta, ospite di Ferdinando II di Bortone, non risulta che a Castro avvenisse alcunché di notevole, non c'è neppure traccia di manifestazioni di solidarietà verso il Pontefice come vi furono da parte di altri centri di Campagna. Troviamo invece che Castro con S.Lorenzo e Vallecorsa in consorzio (essi costituivano il Governo di Vallecorsa) contribuì alla manifestazione di esultanza delle popolazioni ciociare per il fausto evento del rientro del sovrano nei suoi Stati. Con deliberazione presa all'unanimità il nostro consiglio comunale stanziò ben 40 Scudi per l'esaltazione dell'avvenimento inviando una delegazione ad incontrare il corteo pontificio allo sbocco della strada di S.Lorenzo sulla provinciale di Prossedi, dove quello provenendo da Terracina iniziava l'itinerario per Frosinone, prima tappa verso Roma. Alla vigilia del 1870, dunque, Castro viveva la sua vita di sempre: esposto a qualunque avvisaglia delle truppe che poco lontane dal confine si fronteggiavano: va ricordato che nel 1867, il generale barone Giovanni Nicotera coi suoi uomini cercò da Falvaterra, già in mano alle truppe che combattevano per il Re d' Italia, di raggiungere Vallecorsa col pretesto appunto di eliminare gli ultimi residui di banditismo; con l'occupazione di Vallecorsa egli avrebbe inferto un duro colpo agli Stati della Chiesa. Si conserva tra le memorie della famiglia Ambrosi un avviso di requisizione di alcuni cavalli a firma dello stesso b.ne Nicotera. Gli uomini del Nicotera ebbero poca fortuna perché invece di essere accolti come liberatori in Vallecorsa furono attaccati da soverchianti forze pontificie e ripiegarono sulle primitive posizioni. In località Monterotondo, dove avvenne lo scontro, sul confine Castro-Vallecorsa un ossario conservò i resti dei caduti, poi traslati nel cimitero di Vallecorsa. Il pianoro sul monte porta ancora il nome di Campo Savoia. Cosa diremo della trasformazione avvenuta nella vita del comune di Castro dopo l'unificazione d'Italia? L'amministrazione passò dalle vecchie famiglie ad altre più liberali, meno legate al passato e Castro non più di Campagna divenne dei Volsci (1872) ed entrò a far parte del circondario di Frosinone, mentre conservò a buon diritto l'appartenenza alla provincia di Roma. Successivamente, nel 1927 fu creata la nuova provincia di Frosinone.


IL BRIGANTAGGIO
Il fenomeno comunemente conosciuto come "Brigantaggio" assume in se molte realtà, a volte contraddittorie e controverse allo stesso tempo, da risultare vere ed attendibili storicamente, per lo stesso fatto o avvenimento da qualsiasi lato la si analizza. Il brigantaggio popolare generalmente non lo si riconduce alla volontà determinata di delinquere ad ogni costo ma spesso è il risultato scaturito nell'occasionale fatto di sangue che, per ragioni d'onore o di risibili liti, magari amorose, alimentate dalle rituali libagioni nei giorni di festa, veniva a turbare la serenità della vita quotidiana. Il reo, per sfuggire alla pena ed alla possibile ritorsione da parte dei congiunti della vittima, non trovava di meglio che darsi alla macchia. Importante sarebbe analizzare, non solo come da codice, la legge a suo tempo puniva il reato, ma come operava chi era preposto al suo rispetto ed alla sua applicazione. E certo che molti, benché esuberanti e focosi, li ritroviamo oggi negli elenchi dei cosiddetti malviventi perché vittime, a loro volta, di ingiustizia. Il territorio aspro e selvaggio, le montagne folte di vegetazione d'alto fusto, perché mai sottoposte a taglio, erano ideali per far perdere le tracce. Non avrebbe giovato sconfinare perché quei reati erano detti "cavalcabili", cioè perseguibili fuori della Terra e la giurisdizione avrebbe facilmente raggiunto il reo. Il monte "amico" invece, avrebbe facilmente nascosto il ricercato e altrettanto facile sarebbe stato per i suoi familiari provvedere a rifornirlo. Con la chiusura serale delle porte del paese, era improbabile il rientro a casa per la notte, ma il timore, la frugalità cui si era abituati facevano sentir poco il rigore dell'addiaccio prolungato, forse chissà, per tutta una vita. Da qui a ritrovarsi, per sopravvivere, a far parte di quelle che sarebbero diventate vere organizzazioni, bande, il passo fu breve. Ormai la latitanza era la nuova vita. Quando queste si sentivano forti abbastanza, allo scopo di migliorare il tenore di vita ed anche per quella spavalderia che accompagna chi la fa in barba alla legge, esse compivano non solo aggressioni a singoli a scopo di rapina, di sequestro a scopo di riscatto, ma pure attacchi in forza contro gli armati. Il conflitto con gli uomini della legge, che spesso si concludeva con lo spargimento di sangue da una parte e dall'altra, rendevano più feroci e più pericolosi questi uomini emarginati e irrecuperabili. E delle loro gesta si alimentavano le leggende attorno al fuoco. Poi abbiamo il cosiddetto "brigantaggio politico", o non osteggiato come si doveva, sia pontificio che del Regno. La carenza d'autorità durante i frequenti rivolgimenti politici, le incursioni di militari sbandati dediti al saccheggio, tutto contribuiva a creare il terreno fertile ad incrementare non solo il banditismo, prettamente criminale, ma quello che sbandierando un ideale politico si ammantava di una veste più cavalieresca e magari accettabile da una parte della popolazione che si vedeva rappresentata da questi quasi "giustizieri". La fusione dei due tipi di fuorilegge, ripetutasi più volte, va sotto l'unico nome di "brigantaggio". Ci volle tutta l'energia di Sisto V, ai suoi tempi, per estirpare la mala pianta, destinata a rinascere di tempo in tempo. Altri papi fino a Pio IX furono impegnati in questa lotta. Castro fu interessato al fenomeno negli anni 1789-1821 e 1861-1875. Essendo Castro posto a confine tra lo stato della Chiesa e del "Regno", con le sue montagne estesissime e un patrimonio boschivo anche in pianura, altrettanto vasto, proprio su quella linea e con ben pochi mezzi a disposizione per la sorveglianza, è facile comprendere come il suo territorio venisse sfruttato da "briganti volgari" e da "patrioti", soldati napoletani sbandati ma anche regolarmente inquadrati che speravano di trovare asilo, per riprendere poi le loro imprese. Anche Castro forniva al governo di Frosinone oltre i contributi in denaro, i suoi "squadriglieri", tipica formazione militare composta da uomini del popolo, calzati con le ciocie, detti "Zampitti ", in uniforme pittoresca e armati di archibugio, per combattere il fenomeno. Nell' immaginario popolare, ancora oggi, un solo nome resta alla memoria quando si parla di briganti a Castro: Matteo Solli. Figlio di famiglia "notabile" del paese, nipote del prelato più potente della comunità: l'Abate di San Nicola, Casimiro Solli, è il classico brigante per ingiustizia subita. Di spirito ribelle fin da giovane età, mal apprezzava gli sforzi dello zio e le sue preghiere affinché indossasse l'abito talare. Intrapresa la carriera militare, più confacente al suo spirito, per la sua spregiudicatezza fu accusato, ingiustamente, di omicidio, ed arrestato. Dalla fuga dalle carceri fino alla sua uccisione avvenuta il 25 Agosto 1820, la sua esistenza fu una continua evoluzione di ferocia e nefandezze tali da travolgere anche i congiunti. Fu il terrore delle nostre montagne per oltre un decennio. La sua inafferrabilità, scaltrezza ed intelligenza hanno tracciato un solco nelle leggende della comunità castrese da tramandare le sue "storie" fino ad oggi.


LA II GUERRA MONDIALE
La Seconda Guerra Mondiale è rimasta nella memoria dei castresi, come già la prima, non tanto per gli episodi bellici o strategici, quanto piuttosto per l'alto prezzo di sangue che i cittadini, ignari e innocenti, dovettero pagare alla barbarie della guerra. Il nome di più di un caduto è possibile leggere sui monumenti alla memoria di quel sacrificio. Il paese di Castro dei Volsci si trovò, suo malgrado, nel vortice delle operazioni belliche, perchè prossimo al fronte di Cassino, che i tedeschi avevano eretto nella ciociaria meridionale, con il nome di Linea Gustaf. Le prime avvisaglie, i primi contatti con gli uomini della Wehrmacht, quasi sempre corretti con i civili, dopo le quattro giornate di Napoli peggiorarono progressivamente: qualche ufficiale cominciò a dimostrarsi ostile nei confronti della popolazione locale, e quando furono messe in atto le temute requisizioni di bestie e di foraggi, ci furono i primi incidenti tra i civili e le truppe di occupazione. In cambio delle cose requisite i militari lasciavano regolari ricevute con timbri del comando, firma, data e descrizione della merce: niente denaro naturalmente ma il laconico: Pagherà Badoglio! Progressivamente i contingenti tedeschi, con intere officine e depositi si acquartierarono in tutto il territorio di Castro, centro compreso, dividendo con i proprietari i locali e ricambiando l'ospitalità con viveri e sigarette. Essi non pretesero mai l'allontanamento degli abitanti, stabilendo con loro una pacifica convivenza. Va ricordato il nome, de! Comandante la XIV Armata von Senger Etterlin che desiderò sempre evitare conflitti coi civili e venne loro incontro, per quanto gli fu possibile. Anche per la presenza dei capitani, Pixa e Heise, Castro potè considerarsi fortunato. Il 28 ottobre 1944, però, un gesto irresponsabile rischiò di compromettere in modo irreparabile i rapporti tra cittadinanza e gli occupanti : due cittadini castresi, recatisi sul Monte S.Angelo, dove si trovavano numerosi giovani castresi e alcuni sfollati da Ceprano, incontrati due soldati tedeschi in libera uscita, esplosero, nascosti nella fitta vegetazione, al loro indirizzo qualche colpo di fucile. Gli spari andarono a vuoto e i soldati poterono tornare incolumi al loro comando . L'indomani mattina, però, il comandante Joseph Pixa avrebbe dovuto compiere un'azione di rappresaglia, come era contemplato nei regolamenti di occupazione, ma prima volle conferire col podestà, chiedendogli la consegna dei responsabili dell'agguato entro 24 ore, in mancanza, con pubblico bando, avrebbe precisato la misura dei provvedimenti, che anticipò gravissimi. Riuscì al podestà, Francesco Ambrosi, convincere il capitano, allo scadere dei termini, non trattarsi di suoi amministrati ma indicò gli autori del fallito attentato, in elementi dell'esercito italiano allo sbando, in cerca di valichi per raggiungere i loro paesi di origine al di là del fronte. Per il capitano, anziano padre di famiglia, quelle spiegazioni risultarono sufficienti per chiudere l'incidente; così Castro venne risparmiato dalla tanto temuta decimazione. La convivenza più o meno forzata durò fino al 27 Maggio '44, turbata da qualche incidente più grave a cui fecero seguito reazioni istantanee da parte dei militari o regolari processi che, purtroppo, costarono la vita a vari cittadini. Un elenco delle vittime è stato pubblicato e consacrato in due distinti monumenti: uno sulla rocca, e un altro posto nel cimitero comunale, che le accomuna con quelle, ancora più numerose, dovute alle armi e alla violenza dei marocchini al comando del Generale francese Juin. Le truppe marocchine, i famigerati goumiers , arruolati nelle tribù del loro paese, erano aggregate al Corpo di Spedizione francese, e venivano impiegate in avanguardia per operazioni rischiose di rastrellamento. Queste truppe si macchiarono di orrendi crimini ai danni della popolazione inerme. Le violenze alle giovani donne castresi si susseguirono ai saccheggi e agli omicidi gratuiti di malcapitati innocenti. Il monumento alla Mamma Ciociara, eretto sulla rocca di Castro, nel dopoguerra, ricorda la ferocia di quegli eccidi e serve da monito per le generazioni future.


30 GENNAIO 1944

Un altro episodio luttuoso ha colpito la comunità di Castro dei Volsci, decretando la morte di tre giovani castresi rei soltanto di far da capri espiatori alla barbarie della legge sulla rappresaglia, messa in atto dalle truppe tedesche di occupazione. Per necessità di sussistenza, il comando tedesco ordina, già da qualche tempo, di attuare razzie di paglia e fieno, di generi alimentari e quant' altro; in questa occasione il bersaglio della razzia è la contrada Camarrone.

La popolazione già in allarme, per analoghi episodi accaduti in precedenza in altre contrade, li accoglie a colpi di fucile, ferendone due: un maresciallo leggermente e un soldato più gravemente. Contro il giusto risentimento popolare il comando tedesco risponde ordinando la cattura di ottanta civili sfollati in questa località che vengono tradotti, dopo essere stati tatuati sulla fronte con inchiostro grasso, e battuti con calci e pugni, nei pressi del convento dei Padri Carmelitani di Ceprano. Dopo un sommario interrogatorio, solo quattordici sono trattenuti e trasferiti ad Arce dove privi di ogni cibo, l'indomani subiscono un altro lunghissimo interrogatorio e quindi trasferiti in maniera definitiva nei penitenziario di Paliano. In questo penitenziario essi vengono nuovamente interrogati, e poi percossi ed insultati. I pasti consistono sempre in brodaglia, torsi di broccoli e bucce di patate una volta al giorno, ed aumenta ancor di più le sofferenze dei prigionieri, che avranno come compagno di cella a dar loro conforto Don Silvio Bergonzi, Parroco di S. Pietro in Poti, detenuto a sua volta.. Gli eroi, detenuti, che appartengono alla nostra comunità sono: ANDREOZZI ALFREDO fu "Reto" nato il 27 marzo 1913. CECCARELLI GIOVANNI di Luciano nato il 2 marzo 1915. RICCI GIOVANNI fu Giovanni nato, il 11 febbraio 1918. Tutti e tre saranno fucilati dagli aguzzini nazisti il 29 Aprile 1944 nel cortile del carcere di Paliano. Dette notizie verranno successivamente fornite dal fratello del Ricci, Giovanni, il quale, in occasione del bombardamento di Paliano e dell'arrivo degli Alleati riuscirà ad evadere dal penitenziario e a far ritorno, incolume, a Castro. Di quei nobili caduti, ci restano a testimonianza del loro martirio, le lettere che scrissero, un attimo prima di essere fucilati, ai loro familiari.


L'AVVENTURA DELL'ERITREA
18 Febbraio 1941 Ore 23 del 18 Febbraio del 1941. La nave italiana Eritrea comandata dal capitano Marino Iannucci di stanza a Massaua, città dell'Eritrea sul Mar Rosso, attraversa lo stretto di Bad el Mandeb e si inoltra nell' Oceano Indiano alla volta del Giappone. La scelta di iniziare la navigazione a notte inoltrata è motivata dal pericolo di incontrare navi e sottomarini inglesi, che presidiavano stabilmente le rotte mediorientali. Da Massaua a Kobe, porto giapponese dove Marino lannucci guidò indenne l'Eritrea, furono percorse più di novemila miglia in un mese e 4 giorni circa. La traversata dell'Oceano Indiano non fu priva di rischi e più di una volta la nave fu pronta al combattimento; tuttavia l'abilità e l'astuzia del suo comandante la tenne al riparo dal nemico. Egli operò un camuffamento dell' Eritrea, trasformandola, con adatte sovrastutture, nella nave-scorta portoghese " Pedro Nunez " riuscendo ad eludere il blocco inglese nel mar di Timor e approdando in Giappone il 22 Marzo 1941. Dopo l'armistizio dell' 8 Settembre 1943 al capitano lannucci giunse l'ordine del comando italiano di consegnare l' Eritrea agli Inglesi. Egli condusse, allora, la sua nave nel porto di Colombo nell'isola di Cevlon e si consegnò con i suoi uomini al comandante inglese Weeks.


L'AMMIRAGLIO MARINO IANNUCCI
L' ammiraglio Marino lannucci nacque a Castro dei Volsci il 15 Aprile 1900 da una famiglia di modesti agricoltori. Adolescente si iscrisse alla Regia Accademia Navale di Livorno e nel 1919 concluse gli studi con il grado di Guardiamarina. Fu imbarcato su numerose navi nelle quali maturò l'esperienza della navigazione e finalmente l'anno successivo, fu nominato Tenente di Vascello sulla nave S. Marco. Promosso Capitano di Fregata prese il comando della nave da guerra Eritrea. Subito dopo la guerra, promosso al grado di Contrammiraglio, fu nominato presidente del Tribunale Militare Territoriale di La Spezia. Dall' Ottobre 1952 alla morte, avvenuta a Genova il 15 Settembre 1953, fu Direttore Idrografico della Marina.


L'ORO NERO A CASTRO


ALLA MAMMA CIOCIARA
Il 3 giugno 1964 sulla Rocca di Castro dei Volsci veniva inaugurato il monumento alla Mamma Ciociara. L'Amministrazione provinciale di Frosinone, il Comune di Castro dei Volsci e il Comitato, appositamente costituito, si onorano di aver ricordato, primi in Italia, col sacrificio delle madri ciociare, che dovettero difendere l'onore e la vita delle figlie dalla brutalità delle truppe di colore, quello di tutte le madri che in ogni luogo han visto cadere in guerra i propri figli. Alto, solitario sull'antico baluardo colonnese, il gruppo marmoreo guarda ora la catena dei Monti Ausoni, tra le valli dell'Amaseno e del Liri, luogo della tragedia. Il fermo atteggiarsi della Mamma ciociara, nel tragico istante protesa a difendere la sua creatura, sintetizza le virtù eroiche delle donne ciociare, taciturne e laboriose, umili e schive, ma di una fierezza pacata, espressione sensibile di composti sentimenti interiori. Lo scultore Felice Andreani di Carrara ha scolpito il monumento e il Senatore ciociaro Giacinto Minnocci ha dettato l'epitaffio:

Nel ventennale della resistenza

il comune e la provincia

per incitamento

alla fratellanza dei popoli

con gli onori

della guerra sterminatrice

qui ricordano

i tanti figli e figlie di questa terra

che ossequenti alle patrie tradizioni

affrontarono con eroismo la morte

in difesa

del loro onore e della loro libertà



3 giugno 1964

Parla il presidente dell'Amministrazione Provinciale Avv. Emanuele Lisi


Da sinistra: il sottosegretario On.Ceccherini, il Prefetto di Frosinone dott. Errichelli, il dott. Giacinto Minnocci, il Sindaco di Castro dott. Berardi e l'Assessore Provinciale Per. Ind. Guglielmo Mattoni.


TRAGEDIA AL CIMITERO
1 Novembre 1968 Il cimitero di Castro dei Volsci è stato sconvolto, nel primo pomeriggio, dalla terrificante deflagrazione di un ordigno, che ha ucciso quattro donne e ferito decine di persone, che si erano recate a rendere omaggio ai propri defunti. L'ordigno, insieme ad altri sette, era stato posto, nell'immediato dopoguerra, a decorazione della base di un monumento in muratura eretto a ricordo delle vittime dell'ultimo conflitto mondiale. I numerosi ceri, che i cittadini avevano acceso, per commemorare i loro cari morti in guerra, hanno provocato il surriscaldamento dell' esplosivo all' interno della bomba, che è esplosa fragorosamente. A cadere a terra sono state tre donne, morte sul colpo. Un' altra poveretta, ferita in modo grave, è stata trasportata in fin di vita all' Ospedale di Ceccano, dove è deceduta poco tempo dopo. I feriti, numerose decine, fortunatamente non gravi, sono stati ricoverati all'Ospedale Civile di Ceccano e in quello Provinciale di Frosinone. I carabinieri stanno svolgendo indagini per accertare le responsabilità della sciagura.